Durante un'
audizione al Senato della California dedicata al
Protect Our Games Act, la proposta di legge
nata dal movimento Stop Killing Games, si è consumato uno scambio a dir poco sorprendente tra un membro dell'assemblea e una rappresentante dell'industria videoludica.
Il disegno di legge, presentato dal deputato Chris Ward davanti alla Senate Business, Professions and Economic Development Committee, punta a
garantire ai giocatori la possibilità di continuare a utilizzare i propri titoli anche dopo che gli editori ne interrompono il supporto ufficiale. Durante la discussione, Ward ha portato come esempio concreto l'esistenza di server community per Minecraft e Call of Duty, definendoli una soluzione già disponibile e funzionante.
A quel punto è
intervenuta Jennifer Gibbons, vicepresidente per gli affari governativi statali dell'
Entertainment Software Association, l'associazione che riunisce i principali publisher del settore. Secondo Gibbons
quei server sarebbero semplicemente "illegali", perché non affiliati a Microsoft e privi degli stessi standard di sicurezza applicati ai server ufficiali di Minecraft.
Incalzata da un altro membro della commissione, che le ha chiesto se questi server privati siano paragonabili a un mercato nero dei videogiochi, Gibbons ha risposto in modo affermativo,
parlando esplicitamente di pirateria e citando due cause legali attualmente in corso, oltre a un presunto riferimento nei Notorious Markets Reports dello United States Trade Representative. Un
dettaglio, però,
che secondo quanto riportato da PC Gamer non regge: quei rapporti riguardano piattaforme che permettono di aggirare abbonamenti a pagamento, condizione che non si applica né a Minecraft né a Call of Duty, entrambi giocabili online su PC senza alcun costo aggiuntivo.
Dopo la diffusione virale dello scambio,
l'ESA ha inviato una precisazione, spiegando che Gibbons stava rispondendo a una domanda in cui i termini server community e server privati venivano usati come sinonimi e ribadendo che l'associazione contesta solo quei server che distribuiscono contenuti protetti da copyright senza autorizzazione.
Non è la prima volta che l'ESA si oppone a normative simili. La stessa organizzazione aveva già lavorato contro un divieto sulle loot box e le microtransazioni pay to win destinate ai minori nel 2019, un dettaglio che stona non poco con la retorica a favore dei giocatori usata oggi contro il Protect Our Games Act.
Un ultimo elemento aiuta a inquadrare la vicenda:
l'ESA è un'organizzazione no profit che nell'anno fiscale terminato a marzo 2025 ha incassato oltre 36 milioni di dollari, gran parte dei quali provenienti dalle quote associative versate da colossi come Microsoft, Sony, Nintendo, Electronic Arts, Ubisoft, Take-Two, Epic Games e Amazon. Di questi fondi, oltre 2,2 milioni sono stati destinati proprio ad attività di lobbying.