Epic Games: i licenziamenti colpiscono anche un dipendente malato terminale di cancro

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Epic Games: i licenziamenti colpiscono anche un dipendente malato terminale di cancro

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I numeri dei licenziamenti annunciati da Epic Games la scorsa settimana sono già di per sé pesanti: oltre mille dipendenti hanno perso il lavoro, circa il 20% dell'intera forza lavoro dell'azienda. Il CEO Tim Sweeney ha spiegato la decisione con un calo dell'engagement di Fortnite iniziato nel 2025, che avrebbe portato le spese aziendali a superare le entrate. Ma dietro alle cifre e ai comunicati stampa si nascondono storie umane, e alcune di esse sono difficili da leggere senza provare un senso di profonda amarezza.

Una di queste storie è quella di Michael Prinke, programmatore e writer licenziato nell'ondata di tagli. Sua moglie Jenni Griffin ha condiviso sui social media una testimonianza che ha rapidamente fatto il giro del web: Mike sta affrontando un cancro al cervello in fase terminale e il suo impiego in Epic non era solo un lavoro, ma una fonte essenziale di protezione per la sua famiglia. Come dipendente dell'azienda, godeva di un'assicurazione sulla vita legata al contratto. Con la perdita del posto, quel benefit è sparito. E poiché le compagnie assicurative classificano la sua malattia come una condizione preesistente, ottenere una nuova copertura è di fatto impossibile.

È una situazione che va ben oltre la semplice difficoltà economica di chi perde il lavoro. In questo caso si parla di un uomo con una prognosi infausta, di una moglie che cerca disperatamente di garantire un futuro alla propria famiglia e di un sistema in cui la protezione assicurativa è indissolubilmente legata al posto di lavoro. Jenni ha chiesto pubblicamente che il suo messaggio venisse diffuso, nella speranza che qualcuno ai piani alti di Epic potesse fare un'eccezione, trovare una soluzione, riconoscere che dietro a ogni numero di matricola aziendale c'è una persona reale.
Epic, nel comunicato ufficiale firmato da Sweeney, ha dichiarato che i dipendenti colpiti riceveranno un pacchetto di liquidazione che include almeno quattro mesi di stipendio base, con importi maggiori in base all'anzianità, e che la copertura sanitaria pagata dall'azienda sarà estesa per sei mesi. Misure che, in condizioni ordinarie, potrebbero sembrare generose. Ma nel caso di Prinke, sei mesi di copertura sanitaria non sono sufficienti a cambiare il quadro e l'assicurazione sulla vita rimane fuori portata.

Questa storia si inserisce in un contesto industriale già segnato da tensioni profonde. Il settore videoludico ha attraversato anni difficili, con ondate di licenziamenti che hanno colpito decine di studi, grandi e piccoli. Epic stessa aveva già tagliato circa 830 posti di lavoro nel settembre del 2023. Allora come oggi, le motivazioni ufficiali si concentrano sulle metriche, sull'engagement, sui costi da contenere. Eppure le conseguenze di queste decisioni ricadono su persone che hanno dedicato anni della loro carriera a costruire i prodotti che milioni di giocatori amano ogni giorno.

La vicenda di Mike Prinke non è una storia su Fortnite o sull'Unreal Engine. È una storia su quanto fragile possa essere la posizione di chi lavora nell'industria videoludica, e su quanto spesso l'umanità di chi viene licenziato resti invisibile nelle dinamiche delle ristrutturazioni aziendali. Chi segue da vicino questo settore sa già che non sarà l'ultima storia di questo tipo. Ma sperare che diventi un momento di riflessione per chi detiene il potere decisionale in queste aziende è, forse, il minimo che possiamo fare.
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