Sega, dev kit e un’incursione della polizia: arrestato un collezionista

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Sega, dev kit e un’incursione della polizia: arrestato un collezionista

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Lo scorso luglio, un caso che ha fatto discutere il mondo del retrogaming e della conservazione videoludica ha avuto come protagonista un collezionista britannico e alcuni pezzi di storia dell’hardware videoludico. Secondo quanto emerso, l’uomo ha acquistato per circa 10.000 sterline un grosso lotto di materiale elettronico da un subappaltatore che si occupava di smaltire le cose lasciate negli uffici inglesi di Sega in occasione di un trasloco aziendale. Tra questi oggetti c’erano strumenti di sviluppo (dev kit) per console come Nintendo DSi, Wii U e altri sistemi, oltre a cartucce prototipo e controller.

Dopo aver messo in vendita parte del materiale su piattaforme come eBay e Marketplace, le autorità britanniche hanno fatto irruzione nella sua casa alle prime ore del mattino con una decina di agenti della City of London Police, lo hanno arrestato con accuse che includevano riciclaggio di denaro e hanno sequestrato i dev kit e le cartucce prototipo. L’uomo è stato trattenuto per ore e gli è stato chiesto di firmare un documento per rinunciare alla proprietà degli oggetti, cosa che ha rifiutato. Non risultano al momento accuse penali formali a suo carico.

Al centro della vicenda c’è la discrepanza tra ciò che gli oggetti rappresentano per la comunità videoludica e la posizione delle aziende coinvolte. Sega aveva affidato la rimozione dell’hardware a un’impresa di smaltimento, che a sua volta ha passato il lotto a un subappaltatore. In teoria, parte di quell’hardware non sarebbe dovuto finire sul mercato per i collezionisti. Tuttavia, il collezionista sostiene di aver agito in buona fede, avendo pagato regolarmente per quei beni, ignaro del loro valore storico e dei rischi legali.
La vicenda ha sollevato discussioni accese tra appassionati e conservazionisti, tanto che realtà come il Video Game Preservation Museum hanno lanciato campagne di raccolta fondi per sostenere chi ha acquistato la collezione e cercare di recuperare quei pezzi per fini di archiviazione storica. Alcuni critici vedono il raid come un precedente pericoloso: se le aziende possono richiedere l’intervento delle forze dell’ordine per recuperare hardware “smarrito”, la conservazione del patrimonio videoludico rischia di diventare più complicata per collezionisti e istituzioni indipendenti.

In questo caso, gli elementi concreti finora noti comprendono:
  • L’acquisto di materiale per circa 10.000 sterline da parte del collezionista, tra cui dev kit e prototipi.
  • La perquisizione da parte della polizia con arresto e sequestro degli oggetti più rari.
  • La disputa sulla legittimità della vendita e sul destino dei dev kit, con coinvolgimento di società terze e indagini in corso.

Al momento il caso è ancora aperto e molte domande restano senza risposta, non solo su dove si trovino ora i dev kit, ma anche su quali saranno le implicazioni a lungo termine per l’ecosistema di collezionisti e preservatori di videogiochi. Per gli appassionati, la vicenda segnala quanto può essere sottile il confine tra passione storica e problemi legali quando si tratta di pezzi rari e apparentemente “dimenticati”.
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