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Nintendo nel mirino: i giocatori americani vogliono indietro i soldi dei dazi

Inviato: venerdì 24 aprile 2026, 1:08
da Vind Grizzly
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Comprare un prodotto Nintendo negli ultimi mesi, negli Stati Uniti, ha significato mettere mano al portafoglio più del solito. E ora, a quanto pare, qualcuno vuole essere rimborsato. Due consumatori americani hanno avviato una class action contro Nintendo of America, sostenendo che la casa di Kyoto non abbia alcun diritto a intascarsi i rimborsi governativi sui dazi doganali, dato che quei costi erano già stati scaricati sui clienti tramite aumenti di prezzo.

La vicenda ha le sue radici nella politica commerciale dell'amministrazione Trump. A partire dal febbraio 2025, gli Stati Uniti hanno imposto dazi massicci sulle importazioni da numerosi Paesi, colpendo duramente l'elettronica di consumo e, di conseguenza, l'industria videoludica. Nintendo, come tanti altri produttori, ha risposto adeguando i listini: il Pro Controller e i Joy-Con 2 di Switch 2 sono aumentati tra i 5 e i 10 dollari, mentre i modelli originali di Switch hanno subito rincari ancora più pesanti, con lo Switch OLED che è arrivato a costare 50 dollari in più rispetto a prima. Aumenti comunicati con formule diplomatiche che parlavano di "cambiamenti nelle condizioni di mercato", ma la cui vera natura era stata chiarita dallo stesso presidente Furukawa: in una riunione con gli investitori del maggio 2025, il CEO aveva dichiarato apertamente che i dazi vengono trattati come costi aziendali e incorporati nei prezzi al pubblico.

Il colpo di scena è arrivato nel febbraio 2026, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che quei dazi erano incostituzionali, perché imposti tramite un utilizzo non autorizzato dell'International Emergency Economic Powers Act del 1977. Questa sentenza ha aperto la porta ai rimborsi: le aziende che avevano versato i dazi alle dogane americane potranno ora richiederne la restituzione attraverso un apposito portale di Customs and Border Protection. Nintendo si era già mossa in anticipo, presentando a marzo 2026 una causa contro il governo federale per ottenere indietro i soldi pagati, salvo poi sospendere il procedimento in attesa che il meccanismo di rimborso venisse effettivamente attivato.

Ed è proprio qui che si inserisce la class action. Gregory Hoffert, della California, e Prashant Sharan, dello Stato di Washington, sostengono che Nintendo non abbia diritto a incassare quei rimborsi perché, nella pratica, non è stata lei a sostenere il costo dei dazi: lo hanno fatto i consumatori, che hanno pagato prezzi più alti proprio per coprire quella spesa. Secondo i legali dei ricorrenti, permettere a Nintendo di ottenere un rimborso governativo dopo aver già recuperato quei soldi dai clienti equivarrebbe a farle incassare due volte la stessa cifra. La causa, depositata nel Distretto Occidentale di Washington, invoca le leggi statali a tutela dei consumatori e contesta un arricchimento ingiustificato da parte dell'azienda.

La platea potenziale di chi potrebbe unirsi alla class action è tutt'altro che trascurabile: si stima che si tratti di centinaia di migliaia, se non milioni, di persone che hanno acquistato prodotti Nintendo tra il primo febbraio 2025 e il 24 febbraio 2026. Non è nemmeno un caso isolato: aziende come Costco, Lululemon e il gruppo EssilorLuxottica si trovano di fronte a contenziosi analoghi, mentre FedEx e UPS hanno già annunciato l'intenzione di restituire ai propri clienti i rimborsi che riceveranno dal governo, aumentando la pressione su chi invece non si è ancora pronunciato.

Nintendo, dal canto suo, non ha finora assunto alcun impegno vincolante nei confronti dei consumatori riguardo all'utilizzo di quei fondi. C'è chi, come l'ex chief legal officer di The Pokémon Company, Don McGowan, ritiene che la causa abbia basi giuridiche fragili: aumentare i prezzi a causa dei dazi, sostiene McGowan, non è legalmente diverso dall'aumentarli per qualsiasi altro motivo e non esiste un obbligo di legge a mantenere i margini bassi. Ma il dibattito è aperto e ora sarà un giudice a decidere se la class action potrà effettivamente procedere.